La Sintesi East Coast e West Coast: Caratteristiche e Differenze

Ha ancora senso parlare di sintesi East coast e West coast?

Come è comune nella storia dell’umanità, grandi idee si sono sviluppate, quando mature, nella mente di persone diverse, in modo indipendente e quasi simultaneo, dal telefono, alla chitarra elettrica. La storia del sintetizzatore non è cosi dissimile.

L’invenzione circa contemporanea e indipendente del controllo in tensione da parte di Robert Moog e Don Buchla ha portato al diffondersi dello strumento, e contemporaneamente a un fiorire di due modi di pensare lo stesso e la sua destinazione d’uso marcatamente diversi, basati sul pensiero dell’uno o dell’altro “padre della sintesi”.

Bob Moog era basato a New York, Don Buchla a Berkley, la “scuola” nata da Moog ha preso quindi il nome di East coast, e quella nata da Buchla di West coast.

La diatriba dalle due coste, sebbene meno violenta di altre circa omonime nella storia della musica recente, ha portato a creazioni musicali e tecnologiche molto diverse, e le filosofie alla base di tali scuole hanno portato artisti di ogni genere a esplorare sonorità ispirate dall’una o dall’altra.

Oggi però, quando la quasi totalità degli strumenti ci offre si una tastiera, ma anche possibilità di waveshaping, FM dinamica, quando non direttamente sintesi addittiva, capire di quale approccio i singoli strumenti siano figli può risultare non banale. Ha quindi senso parlare ancora di sintesi east coast e sintesi west coast come due cose distinte?

Andiamo a vedere le differenze e le caratteristiche portanti dei due approcci.

East coast

La sintesi East coast è normalmente vista come figlia del pensiero e dell’opera di Bob Moog e Alan Pearlman, fondatori di Moog e Arp;

Scopo originario di tali strumenti era replicare il suono di strumenti meccanici già esistenti, in particolare di quelli che costituivano le orchestre, come dimostrato nelle opere dell’epoca di Wendy Carlos, quali “Switched on Bach” e “The well tempered synthesizer”, pietre miliari della storia della sintesi, interi dischi “orchestrali” realizzati registrando N esecuzioni su un sintetizzatore monofonico, a mano, visto che il midi non sarebbe arrivato per un altro decennio abbondante, e registrate su nastro, una fatica quasi impensabile per un produttore contemporaneo.

Gli strumenti East coast tipicamente usavano forme d’onda semplici, quali i noti denti di sega, onde quadre e triangolari, e più di rado, o meglio più successivamente sinusoidi. come materiale “grezzo” il cui contenuto armonico sarebbe stato scolpito e trasformato nel timbro desiderato tramite un uso dinamico del filtro, reso possibile dall’invenzione del gia citato controllo in tensione.

In quanto strumenti destinati a musicisti e compositori con una formazione classica, tipicamente erano controllati da una tastiera, oggetto a questi familiare.

Potevano certo produrre anche suoni completamente nuovi, ma non era la loro destinazione d’uso d’elezione. Per quanto molto costosi, (tutti i sintetizzatori costavano una fortuna all’epoca) furono un successone, e a parte qualche appassionato, quasi tutti se portati a pensare a un sintetizzatore d’epoca visualizzano uno strumento in qualche modo di derivazione East coast, tanto che dalla sintesi East coast deriva il grosso della nomenclatura e dell’architettura concettuale dei sintetizzatori di oggi

West coast

Si potrebbe ironicamente argomentare che la differenza tra le due filosofie si possa riassumere nel fatto che non ci è noto di nessun tecnico che abbia fatto un viaggio inatteso in LSD restaurando un vecchio modulare Moog, mentre lo stesso non si può dire dei Buchla, strumenti simbolo della sintesi West coast, intrisi e a volte “incrostati” della cultura psichedelica tanto influente in quell’epoca in California.

Don Buchla, padre, o forse in quanto Don dovrei dire padrino della sintesi West coast, rifiutava il termine sintetizzatore come definizione dei suoi strumenti, giacchè a suo dire questo portava a pensare il loro uso fosse realizzare versioni sintetiche di suoni già esistenti, cosa antitetica alla sua visione pionieristica, che era invece quella di realizzare strumenti completamente nuovi e offrire possibilità espressive mai esperite ai musicisti coraggiosi e ricchi abbastanza da approcciare creativamente le sue invenzioni.

Allo schema vco-vcf-vca, dei sintetizzatori di Moog ed epigoni, contrapponeva strumenti in cui il filtro e l’amplificatore erano condensati alla fine della catena in un low-pass gate, mentre il suono era generato e definito da oscillatori complessi, il cui carattere poteva essere modificato dinamicamente tramite waveshaping e FM, controllati da modulatori meno immediati e più complessi dei classici inviluppi e LFO comuni negli strumenti della costa est, quali generatori di funzioni arbitrarie, e con anche un’introduzione di componenti random importanti.

A completare il quadro, gli strumenti, o meglio i moduli che li costituivano avevano nomi insoliti e originali, e per suonare lo strumento, un musicista non avrebbe trovato una familiare tastiera, ma una serie di piastre sensibili al tocco e alla pressione, meno invitanti o familiari a un tastierista, ma che offrivano al musicista coraggioso e con voglia di sperimentare, possibilità espressive nuove ed inesplorate.

Analogo ai dischi di Wendy Carlos nell’ambito della sintesi West coast è forse “Silver apples of the moon” di Morton Subotnik, disco che esplora sonorità oggi meno impressionanti che all’epoca, e forse oggi quasi classificabili come noise, ma che ai tempi risultavano un “assalto sonoro” di sorpresa ad orecchie in gran parte vergini a suoni completamente sintetici, tra i noti utilizzatori di Buchla sarebbe un crimine non citare anche Suzanne Ciani, per quanto arrivata un po dopo.

E poi?

La storia commerciale ha decretato in questa storia un vincitore piuttosto chiaro: gli strumenti di Moog e Pearlman sono apparsi in un’enormità inelencabile di dischi di grande successo commerciale, dalla fine degli anni ’60 in poi, per venire copiati ed emulati da altri produttori, che ne hanno ereditato la filosofia costruttiva e la struttura, in America, in Europa e in Giappone, e in tempi più recenti emulati in software e ricreati in hardware, mentre gli strumenti di Buchla sono rimasti circa confinati in un’avanguardia ambient/noise molto apprezzata dai cultori, ma circa ignota alle masse.

Laddove la “vittoria” commerciale risulta piuttosto netta, quella filosofica lo è molto meno, prova ne è il fatto che il già citato disco di Subotnik, a un ascoltatore attuale offre pochissimi suoni “mai sentiti” dalle sue orecchie abituate all’ascolto della musica prodotta negli ultimi decenni.

Già la DX7 se ci pensiamo un attimo può risultare uno strumento di difficile classificazione; da una parte ha una tastiera molto East coast, e i suoi primi utilizzatori erano entusiasti di come questa fosse in grado di realizzare pianoforti e altri timbri acustici in maniera molto più suonabile ed efficace degli analogici che l’avevano preceduta, eppure, come metodo di generazione sonora, usava proprio l’FM tanto cara a Buchla, e i suoi migliori utilizzatori non hanno esitato a portarla in territori sonori ben lontani dalla generazione meccanica.

Nel panorama strumentale di oggi è piuttosto comune trovare, tanto in hardware che in software macchine che ci offrono si inviluppi, LFO e filtri alla maniera degli strumenti di Moog, spesso in una struttura non dissimile dallo schema a blocchi già citato, ma che al contempo prevedono FM, waveshaping, randomizzazione, e altre possibilità che avrebbero sicuramente messo un sorriso sul volto barbuto di Don Buchla; a tal punto che chiedersi se uno strumento attuale sia West coast o East coast rischia, come paventa il titolo di questo articolo, di diventare una domanda senza senso.

Si potrebbe “polemicamente” argomentare che oggi un Minimoog o una sua emulazione non siano più dei sintetizzatori, almeno non nell’accezione del suo inventore; giacchè oggi nessuno userebbe mai un Model D per replicare dei timbri meccanici con pretese di realismo, e il suo uso d’elezione sia diventato replicare i timbri generati da tale strumento, ormai entrati nella coscienza auditiva e nella memoria dei più, con le loro caratteristiche di scarso realismo, un tempo viste come difetti, oggi come preziosi elementi di carattere. In altre parole, a dispetto della volontà del suo inventore, un minimoog oggi è uno strumento a se, a sua volta oggetto di emulazione da parte dei “nuovi” sintetizzatori e spesso anche di campionamenti maniacali.

 

Si potrebbe altrettanto polemicamente affermare che  l’invenzione di campionatori e workstation abbia “ucciso” la sintesi East coast, avendone di fatto portato a termine la missione; con buona pace della Korg Z1, della Yamaha VL1 e di quella branca ormai quasi abbandonata della sintesi che era nota come “modelli fisici”, oggi un musicista che sia in cerca di repliche fedeli di suoni meccanici tipicamente si rivolge, con risultati spesso eccellenti, a gigantesche librerie multicampionate, come parte cospicua delle colonne sonore di oggi, nel cinema o nei videogame mostrano chiaramente.

Allo stesso tempo però, a dispetto dell’ascesa e popolarità, allora imperante, delle workstation e dei vari “tastieroni” basati sul campionamento, strumenti con caratteristiche “strutturali” tipiche della East coast, sono, dali tardi anni ’90 in poi spuntati come funghi, dai Nordlead, al Virus, a tutta l’enormità di VA che li ha seguiti,  per arrivare all’attuale “rinascimento analogico”, che è arrivato persino a “resuscitare” Buchla, o almeno il suo approccio, sia nei nuovi costosissimi strumenti prodotti dalla compagnia che ne ha ereditato il nome, sia in tanti moduli eurorack che vendono come noccioline e quasi onnipresenti nelle produzioni elettroniche hardware based contemporanee.

Ma la destinazione d’uso di tali strumenti, è manifesto essere ben lontana da quella intesa dal “padre fondatore” della costa est. Quasi nessuno penserebbe di tirare fuori degli archi o un flauto credibile da un VA, il pannello magari bello importante e costellato di pots e sliders, non ha più semplicemente lo scopo di essere usato per programmare un timbro, bensì  quello di essere un’estensione dello strumento, qualcosa che può e “deve” essere suonato, per generare un’evoluzione e un cambiamento in tempo reale del timbro generato; una possibilità espressiva più vicina alla visione di Buchla che non a quella di Moog, a dispetto della tastiera e della quasi ubiqua architettura simil-moog.

In altre parole penso si possa affermare serenamente che abbiano vinto tutti, chi commercialmente chi filosoficamente; e se la vittoria commerciale della east coast è resa manifesta dalla storia, gli ultimi prodotti di casa Moog, vanno in una direzione filosofica quasi radicalmente west coast, basti guardare il dfam o il più recente subharmonicon, progettati con l’esplicita idea di essere generatori di timbri e ritmi sperimentali e nuovi, in un certo senso in un “tradimento” esplicito dell’approccio filosofico del fondatore e un abbracciare quasi incondizionatamente l’approccio del suo principale rivale, che penso dal paradiso degli inventori di synth se la rida sotto i baffi non poco.

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